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Stesso gesto, diverso risultato

Filosofia di un artefatto digitale

Stefano Strazzera · Aprile 2026

Nucleo

La tesi in quattro paragrafi

Viviamo in un'epoca nella quale le parole hanno progressivamente smesso di aderire alle cose. Dichiarazioni di principio, codici di condotta, impegni formali, manifesti di valori: il linguaggio contemporaneo è saturo di formule che invocano il giusto senza più produrlo e che celebrano l'etica senza più praticarla. È, prima di ogni altra cosa, una crisi antropologica e culturale: la disarticolazione fra le parole e le cose (quel nesso che l'antico Oriente chiamava «rettificazione dei nomi» e che Orwell considerava il fondamento di ogni lucidità politica) è diventata grammatica implicita dell'età presente. Proclamiamo per non dover agire, firmiamo per non dover rispondere. È una frattura nella quale ciascuno, in qualche misura, è parte, e di cui pochi possono dirsi innocenti, compreso chi scrive.

Di questa frattura il software contemporaneo rappresenta il sintomo più raffinato e al tempo stesso il più paradossale. Raffinato, perché l'industria digitale ha fatto del formalismo etico una delle proprie infrastrutture: privacy policy che proclamano rispetto mentre il codice sottostante traccia, schermate di onboarding che parlano di benessere mentre l'algoritmo incatena. Paradossale, perché il codice, a differenza della parola umana, non ammetterebbe in linea di principio divergenza fra dichiarazione e atto: un programma o fa una cosa o non la fa. Eppure la frattura si è spostata di livello, nidificandosi fra il detto pubblico e il fatto privato, fra l'involucro narrativo e il motore reale. «Abbiamo detto di fare il giusto, dunque, nel regno della dichiarazione, abbiamo fatto il giusto.»

Di fronte a questa constatazione, GoodScroll non si propone come giudizio né come modello. È, più semplicemente, un tentativo: lo sforzo concreto, sostenuto con le risorse limitate di un unico autore e con tutte le difficoltà e le correzioni di rotta che un lavoro simile comporta, di ridurre la distanza fra forma e sostanza. L'autore non si ritiene esente dalla frattura descritta; proprio perché la riconosce intimamente, anche in sé, ha voluto rendere il progetto correggibile quando il codice smentisce la parola. Le reazioni cognitive, Lumi, il Philosophical Bath e gli strumenti di verifica sono parti di quel tentativo. Il metodo non garantisce una coincidenza perfetta: impone di cercare le divergenze, nominarle e modificarle invece di difenderle.

Le pagine che seguono sostengono una tesi precisa: un artefatto così costruito, per quanto modesto e imperfetto, conta. La sua esistenza dimostra, con la sola forza della pratica, che la coerenza fra la parola e la cosa (il più antico degli imperativi morali, prima ancora che politici) può ancora darsi anche in codice. E quando si dà, quando viene davvero tentata fino in fondo con la fatica e la pazienza che richiede, assume il valore di una resistenza culturale: piccola e incompleta, ma reale.

Capitolo I

La crisi del linguaggio

La separazione fra ciò che si dice e ciò che si fa, prima di essere un problema del software, è un problema del linguaggio. E prima ancora, è un problema del modo in cui la cultura contemporanea tratta la propria stessa parola. Il discorso pubblico, negli ultimi decenni, ha sviluppato una capacità peculiare: quella di produrre formule etiche che non richiedono più di essere onorate nei fatti. Dichiarazioni di principio, codici di condotta, impegni pubblici, manifesti di valori: un linguaggio saturo di buona intenzione, nel quale l'atto di pronunciare la parola giusta si è progressivamente sostituito all'atto di fare la cosa giusta. Si dice di rispettare, e quindi si rispetta. Si dichiara di impegnarsi, e quindi ci si è impegnati.

Non si tratta di un fenomeno nuovo. La distanza fra parola e azione attraversa la storia del pensiero morale con una continuità che dovrebbe indurre alla cautela chiunque voglia presentarla come scoperta contemporanea. Già nei dialoghi di Confucio, in un passaggio tra i più commentati del libro tredicesimo, il maestro risponde a un discepolo che gli chiede cosa farebbe per primo se fosse chiamato al governo: rettificherebbe i nomi. Se i nomi non sono giusti, spiega Confucio, il linguaggio non corrisponde più alla verità delle cose; e quando il linguaggio non corrisponde alle cose, nessun ordine sociale può reggersi, perché il popolo stesso non sa più dove collocare le proprie azioni. La dottrina della «rettificazione dei nomi», zhengming, afferma che il primo dovere politico è linguistico: restituire alle parole la loro aderenza al reale. Millenni dopo, George Orwell riprenderà questa intuizione in un saggio sulla lingua politica del 1946, sostenendo che la degradazione del linguaggio è anche causa della degradazione del pensiero, oltre che sua conseguenza. Le parole corrotte non riflettono soltanto idee confuse: rendono ancora più confusa l'idea di chi le pronuncia, e più difficile il pensiero corretto di chi le riceve. Il linguaggio, in Orwell come in Confucio, è parte costitutiva della realtà, e il suo deterioramento è un deterioramento della realtà stessa.

Ciò che distingue l'età presente dalle epoche precedenti, e che forse giustifica riprendere il tema, non è dunque l'invenzione della frattura fra parola e cosa, è la sua normalizzazione. La divergenza fra ciò che si dichiara e ciò che si fa è diventata, nel linguaggio pubblico contemporaneo, la condizione ordinaria del discorso. Un'azienda può impegnarsi pubblicamente al rispetto ambientale e continuare a produrre emissioni secondo i parametri del proprio modello di business senza che nessuno percepisca, nel contrasto, una contraddizione intollerabile. Un'istituzione può adottare un codice etico dettagliato e continuare ad aggirarlo quotidianamente, perché il codice appartiene al regno della rappresentazione e l'azione al regno dei fatti, e i due regni non si parlano. Un manifesto di valori può essere firmato collettivamente e poi ignorato collettivamente senza che alcuno dei firmatari debba rispondere dello scarto, poiché la firma, nella grammatica implicita dell'epoca, non era un impegno: era una dichiarazione di intenzione. Null'altro.

È in questa grammatica che si compie il passaggio più significativo: il dire come sostituto del fare. Non come falsità, non come menzogna deliberata, bensì come sostituzione funzionale. Il gesto linguistico prende il posto del gesto pratico perché è infinitamente più economico. Dichiarare di rispettare la privacy degli utenti è, in termini di costo, la millesima parte di progettare un sistema che effettivamente la rispetti; firmare un codice di trasparenza richiede dieci secondi e nessuna riorganizzazione operativa, mentre praticare la trasparenza comporterebbe revisioni strutturali, perdite di margine, riscritture di contratti. Il linguaggio pubblico contemporaneo ha scoperto, o meglio ha normalizzato, che la forma può essere prodotta indipendentemente dalla sostanza, e che per quasi tutte le finalità pratiche la forma basta. Soddisfa il regolatore distratto, l'utente superficiale, la coscienza aziendale che ha bisogno di una qualche riconciliazione simbolica fra ciò che sa di fare e ciò che vorrebbe pensare di sé. La frattura non viene colmata; viene aggirata. Si costruisce un secondo piano, quello della dichiarazione, sul quale le cose sono come dovrebbero essere, mentre al piano terra le cose continuano ad accadere come prima.

Diciamo, allora, per esentarci dal fare. Proclamiamo per non dover agire. Sono formule dure, e il rischio di chi le scrive è sempre quello di scivolare dall'analisi al giudizio, dalla diagnosi al moralismo. Il moralismo, come si vedrà lungo tutto questo saggio, è forse la forma più subdola del formalismo che qui si vuole criticare, perché indossa la maschera della virtù. Chi scrive preferisce fermarsi un passo prima. Non si tratta di accusare chi pratica il dire sostitutivo di disonestà: nella stragrande maggioranza dei casi non lo è. Si tratta di riconoscere che la cultura in cui siamo immersi, con i suoi tempi, le sue strutture economiche, le sue pressioni competitive, rende il dire sostitutivo la via di minor resistenza, e talvolta l'unica via praticabile per chi non ha il potere o l'indipendenza materiale di fare altrimenti. Chi lavora in un'azienda che compila privacy policy vuote non è necessariamente cinico: è spesso qualcuno che non ha il margine di manovra per scrivere qualcosa di diverso, e che se lo scrivesse verrebbe corretto dal legale o bloccato dal marketing. La responsabilità di ciò che il discorso pubblico è diventato non grava sugli individui uno per uno; grava sulle strutture entro le quali gli individui agiscono, e sulle condizioni che determinano cosa è possibile dire e cosa no.

Occorre aggiungere, e il saggio vi tornerà più volte, che la frattura qui descritta non è un territorio esterno a chi scrive. Chiunque, oggi, partecipi al discorso pubblico contemporaneo l'ha praticata almeno una volta: firmando una dichiarazione per conformità più che per convinzione, scrivendo una parola la cui pratica non si era in grado di garantire. L'autore di queste pagine non fa eccezione. La distanza tra parola e cosa non viene denunciata dall'altura di chi si sente al riparo; viene denunciata dall'interno del riconoscimento di una complicità condivisa. Ammettere di essere dentro una frattura è la prima condizione per poter tentare di resisterle, senza pretendere di esserne esenti.

Il problema, dunque, non è individuale: è sistemico, e riguarda il modo in cui l'epoca presente ha imparato a separare il gesto linguistico dalle sue conseguenze operative. Un'epoca che ha così naturalizzato questa separazione che il suo contrario, la coincidenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, ha cominciato a sembrare un'eccezione, quasi una stranezza. Chi oggi tenta di far coincidere forma e sostanza si trova nella condizione curiosa di dover spiegare perché lo fa, come se l'aderenza fosse il comportamento da giustificare e la divergenza quello da dare per scontato. In questa inversione silenziosa dell'onere della prova la frattura mostra la propria profondità culturale: quando la coerenza richiede giustificazione e l'incoerenza no, qualcosa di molto antico nel modo in cui gli esseri umani hanno abitato il linguaggio è stato, per quanto temporaneamente, capovolto.

Resta da mostrare dove questa frattura si raffina più che altrove: dentro il luogo che, più di ogni altro, avrebbe dovuto renderla impossibile. Dentro il codice.

Capitolo II

L'economia dell'attenzione come sintomo

Si è detto che la frattura fra parola e cosa trova nel software il suo luogo più raffinato di manifestazione. È tempo di mostrare perché.

A prima vista, il software sembra essere l'ambito meno adatto a ospitare una divergenza fra dichiarazione e atto. Un programma è fatto di istruzioni che o vengono eseguite o non vengono eseguite; non ammette la mezza via. Dove il linguaggio umano può essere vago o ritualmente formale senza produrre conseguenze operative, il linguaggio del codice è letterale: ciò che è scritto accade, ciò che non è scritto non accade. Si potrebbe pensare, per questa sua natura, che il software sia l'unico territorio del discorso contemporaneo immune dalla patologia descritta nel capitolo precedente. Chi dice una cosa nel codice, la fa.

Eppure, paradossalmente, è proprio all'interno del software di consumo di massa che la frattura fra parola e cosa ha trovato la propria espressione più sofisticata, e lo ha fatto attraverso un meccanismo elegante e, se osservato con distanza, quasi stupefacente: ha spostato il problema di livello. Il codice continua a fare letteralmente quello che dice. Ma quello che il codice dice non è quello che il prodotto dichiara. Esiste, in ogni applicazione digitale contemporanea di dimensioni significative, una duplicità strutturale fra due piani discorsivi distinti. Al primo piano, quello della dichiarazione pubblica, stanno le privacy policy, le schermate di benvenuto, i manifesti di valori sul sito corporativo, il marketing di prodotto, le interviste dei fondatori. Al secondo piano, quello del motore reale, sta il codice, che esegue esattamente le proprie istruzioni, né più né meno di ciò che gli è stato richiesto. I due piani sono separati. Non si parlano. Non sono tenuti a parlarsi. E la loro separazione, lungi dall'essere un'anomalia, è la condizione normale di funzionamento dell'industria.

Il primo piano dichiara rispetto per la privacy; il secondo traccia ogni gesto dell'utente e lo trasmette a terzi. Il primo piano parla di benessere digitale; il secondo implementa meccanismi psicologici di ricompensa variabile calibrati per massimizzare il tempo trascorso nell'applicazione. Non c'è, tecnicamente, alcuna contraddizione interna: ciascun piano è coerente al proprio interno. C'è soltanto una sistematica mancata comunicazione fra i due. La parola dice una cosa, il codice ne fa un'altra, e fra la parola e il codice si è collocato un cuscinetto discorsivo così spesso che la distanza non genera più alcuno scandalo: né fra i produttori, che la considerano prassi, né fra i consumatori, che hanno smesso da tempo di leggere le dichiarazioni perché sanno, confusamente, che non significano nulla.

È in questo cuscinetto che si è costruita, negli ultimi anni, quella che molti hanno imparato a chiamare «economia dell'attenzione». Il nome è noto, la sostanza meno. Shoshana Zuboff, nel suo studio più noto sul capitalismo di sorveglianza, ha ricostruito la genealogia storica e le condizioni istituzionali che hanno permesso a un particolare modello di business, quello basato sull'estrazione di dati comportamentali predittivi dall'esperienza umana, di passare dalla periferia al centro dell'economia digitale globale. La sua tesi, nella forma più essenziale, è che il capitalismo di sorveglianza non è un accidente né una deriva: è un ordine economico nuovo, con logiche di accumulazione proprie e strategie di espansione coerenti. Il suo combustibile è l'attenzione umana, trasformata in dato, elaborata in modello predittivo, venduta come certezza sul comportamento futuro a chi ha interesse a orientarlo. L'attenzione, in questo quadro, non è più un bene privato dell'individuo: è una materia prima estratta dal tempo vissuto, con tecniche sempre più raffinate e con consenso sempre più rarefatto.

Il quadro macroeconomico di Zuboff trova una controparte interna nella figura di Tristan Harris, ex Design Ethicist di Google e poi fondatore di un'organizzazione pubblicamente impegnata sul tema del design non manipolatorio. Harris ha avuto il merito, raro, di portare fuori dall'ambiente di sviluppo la descrizione di cosa effettivamente accade dentro i meccanismi di cattura dell'attenzione. Non dalla posizione del critico esterno, che può sempre essere sospettato di non conoscere abbastanza, bensì da quella di chi quelle tecniche le ha progettate e utilizzate, e ne conosce i dettagli operativi. La denuncia dall'interno ha un peso diverso dalla denuncia dall'esterno: obbliga a riconoscere che i meccanismi in questione sono il risultato di decisioni di design consapevoli, prese da persone competenti, misurate in test sperimentali, ottimizzate su metriche chiare. Non si è arrivati all'economia dell'attenzione per caso; vi si è arrivati per scelta, e per una serie di scelte progettuali successive, ciascuna delle quali, presa singolarmente, sembrava ragionevole.

Zuboff descrive il sistema economico, Harris ne espone la meccanica interna. Un ulteriore livello di analisi, quello relativo all'effetto del dispositivo sul soggetto umano che lo attraversa, si trova con particolare lucidità nelle pagine del filosofo Byung-Chul Han, e segnatamente nella sua riflessione sul soggetto contemporaneo ridotto a performance continua. Nella sua lettura, la novità del presente non consiste soltanto nel fatto che esistano tecniche sofisticate di cattura dell'attenzione: consiste nel fatto che il soggetto catturato collabori attivamente alla propria cattura. L'utente delle applicazioni di massa non viene sottoposto a costrizione esterna: sceglie di aprire l'app, sceglie di scorrere, sceglie di tornare. Vi torna perché l'architettura del prodotto è stata progettata per rendere quella scelta la via di minor resistenza, ma la scelta, formalmente, resta sua. È una forma di potere nuova, che Han distingue da quella disciplinare dei secoli scorsi: non impone, seduce; non proibisce, ricompensa in modo intermittente. E nel farlo, trasforma il tempo libero in una forma di lavoro non riconosciuta e non retribuita, nella quale l'attenzione dell'utente produce valore per altri mentre egli crede di stare semplicemente passando il tempo.

Queste letture convergono nel descrivere un dispositivo molto più strutturato di quanto il lessico corrente del «fastidio delle notifiche» o della «perdita di tempo sui social» lasci trasparire. Conviene allora dichiarare con chiarezza ciò che questa critica non sta facendo. Non sta attribuendo responsabilità morali agli sviluppatori, ai designer, ai product manager, ai dirigenti che all'interno di quel dispositivo lavorano ogni giorno. Chi all'interno di queste organizzazioni implementa notifiche, costruisce schemi di ricompensa variabile, scrive codice di analytics, non lo fa, nella stragrande maggioranza dei casi, perché abbia deciso di contribuire alla cattura dell'attenzione umana. Lo fa perché è stato assunto per farlo, perché le metriche di successo del suo ruolo sono formulate in quei termini, perché rifiutarsi significherebbe in molti casi rinunciare a un salario che consente di vivere e di mantenere una famiglia. Il bersaglio del saggio, e del suo argomento critico, sono le strutture economiche e organizzative che rendono l'economia dell'attenzione la modalità predefinita del software di consumo, e che lasciano a chi vi lavora un margine di manovra ridotto o nullo. Chiunque abbia anche solo una volta provato a proporre, in una riunione di prodotto, una feature non ottimizzata per il coinvolgimento sa quanto sia difficile che una proposta simile sopravviva al confronto con le metriche.

Questa distinzione (sistema come bersaglio, persone come condizione da rispettare) non è un'attenuazione diplomatica del discorso critico. È il suo fondamento. Una critica che si fermasse al livello individuale non comprenderebbe ciò che sta osservando: scambierebbe l'effetto con la causa, e il sintomo con la malattia. Le persone che oggi lavorano nell'industria dell'attenzione sono spesso, esse stesse, consumatrici di ciò che producono, e ne sperimentano gli effetti sulla propria vita prima ancora che sulla vita altrui. Molte sanno. Molte, privatamente, vorrebbero lavorare diversamente. Ma la possibilità di lavorare diversamente presuppone condizioni (indipendenza economica, accesso a strumenti, capacità di sopportare il costo della scelta controcorrente) che non sono distribuite ugualmente. Finché quelle condizioni mancano, il singolo può fare poco. È il sistema a determinare la maggior parte dell'esito, non la virtù dei suoi esecutori.

Resta da esaminare cosa, di fronte a un dispositivo simile, sia stato tentato per opporvisi.

Capitolo III

Le due vie: bloccare o riorientare

Negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla metà del decennio scorso, la consapevolezza pubblica del problema è cresciuta, e con essa è emersa un'intera categoria di risposte che il lessico inglese ha riunito sotto l'etichetta di digital wellbeing. Prodotti, movimenti culturali, libri di successo si collocano oggi in questo ambito. Prima di esaminare il caso particolare di cui il saggio intende occuparsi, conviene passare in rassegna, brevemente e con rispetto, le strategie principali che altri hanno elaborato, perché ciascuna risponde a un bisogno reale e merita di essere compresa per ciò che è.

Le risposte tentate negli ultimi anni possono essere ricondotte, con una certa approssimazione, a due grandi famiglie. La prima, la più nota e la più diffusa, è la via del blocco. Si tratta di applicazioni, funzioni di sistema operativo, servizi che intervengono sul rapporto fra utente e dispositivo introducendo attriti deliberati: un limite di tempo oltre il quale un'applicazione non può più essere aperta, una schermata di conferma che obbliga a fermarsi prima di accedere ai social, un blocco completo durante determinate fasce orarie. Esempi noti sono, in ordine sparso, le funzioni di Screen Time integrate in iOS e quelle di Digital Wellbeing di Android, entrambe introdotte nei sistemi operativi mobili alla fine del decennio scorso, e una costellazione di applicazioni indipendenti come One Sec, che rallenta deliberatamente l'apertura delle app sociali per produrre un attrito sufficiente a interrompere il gesto automatico; Opal, che blocca intere categorie di applicazioni per periodi programmati; Forest, che propone una metafora ludica (un albero virtuale che cresce se il telefono resta chiuso e muore se viene aperto) per trasformare l'astinenza in un piccolo rituale gratificante.

Alle applicazioni si affianca, come controparte teorica, un filone di letteratura critica che ha avuto, nella seconda metà del decennio scorso, una diffusione considerevole. Il libro di Cal Newport del 2019, Digital Minimalism, ha riproposto in chiave contemporanea l'idea che sia possibile, e desiderabile, ridurre drasticamente la presenza del digitale nella vita quotidiana, sostituendolo con attività analogiche considerate più nutrienti: lettura profonda, conversazioni dal vivo, attività manuali. Il libro di Jenny Odell pubblicato nello stesso anno, How to Do Nothing, ha articolato, con registro più lirico e più politico, una critica all'imperativo contemporaneo della produttività e della connessione continua, proponendo come gesto resistente il ritiro attivo dell'attenzione, il non-fare come forma di cura di sé e del mondo circostante. Entrambi i libri hanno contribuito a legittimare, nel discorso pubblico, la possibilità di ridurre il tempo davanti agli schermi come scelta sensata, praticabile, perfino nobile.

La via del blocco, nei suoi strumenti tecnici e nei suoi manifesti culturali, ha un valore che va riconosciuto con chiarezza. Risponde a un bisogno reale e urgente di milioni di persone che sentono, senza saperlo sempre articolare con precisione, che qualcosa nel loro rapporto con il digitale non funziona, e cercano uno strumento per riprendere il controllo. In molti casi funziona. Le persone che installano One Sec o attivano Screen Time spesso riescono effettivamente a ridurre il tempo passato su certe applicazioni, e questa riduzione produce effetti percepibili sul loro umore, sul loro sonno, sulla loro attenzione residua per ciò che sta attorno. Sarebbe un errore grave, e una forma di snobismo intellettuale, liquidare questi strumenti come palliativi o come gesti simbolici: sono, per molti, il primo passo concreto di una presa di coscienza, e il primo passo concreto vale più di tutti i saggi che si possono scrivere sull'argomento.

Tuttavia, e qui il saggio deve tracciare una distinzione importante, la via del blocco, per quanto utile, presuppone un'immagine implicita dell'utente e del suo rapporto con il digitale che merita di essere portata alla luce. L'utente del blocco è concepito come qualcuno che vuole fare una cosa che gli fa male e ha bisogno di essere impedito di farla. Il gesto di aprire l'app è concepito come patologia da contenere, il tempo speso sullo schermo come problema da limitare. L'analogia, nei discorsi del digital wellbeing, è spesso esplicita: si parla di «detox», di «astinenza», di «ricadute», usando un lessico che proviene direttamente dalla medicina delle dipendenze. Esprime una diagnosi precisa: il digitale è una sostanza nociva; l'utente è vulnerabile; l'unico rimedio efficace è ridurre l'esposizione.

Questa diagnosi coglie qualcosa di vero. I meccanismi descritti nel capitolo precedente sono effettivamente costruiti per produrre comportamenti che, se osservati dall'esterno, hanno molti dei tratti della dipendenza. Ma fare di questa somiglianza la base dell'intera risposta significa accettare un presupposto che non è affatto ovvio: che il gesto in sé, lo scrollare, il toccare lo schermo, il muovere il dito verticalmente per far scorrere il mondo, sia intrinsecamente tossico, e che l'unica cura possibile consista nel farne di meno. Qui si apre lo spazio per una risposta diversa, che non nega la diagnosi e la integra con un'ipotesi complementare. L'ipotesi è semplice: il gesto non è tossico in sé. A renderlo tossico sono il contenuto che vi scorre dentro e il ciclo di ricompensa con cui viene organizzato. Se il contenuto fosse diverso, se il ritmo fosse diverso, se tutto ciò che circonda il gesto fosse trasformato, il gesto potrebbe, in linea di principio, diventare qualcos'altro. Una via di crescita anziché una fonte di patologia. Un'apertura anziché una cattura.

Questa è la via del riorientamento. Costruire un ambiente in cui scrollare significhi qualcosa di diverso da ciò che significa nell'economia dell'attenzione standard. Trattare il gesto come abitudine culturale da trasformare dall'interno, anziché come nemico da contenere. La differenza fra le due vie è anzitutto filosofica, prima che tecnica. La via del blocco assume che il problema sia nella relazione fra l'utente e lo schermo, e si propone di interromperla. La via del riorientamento assume che il problema sia nella relazione fra l'utente e il contenuto dello schermo, e si propone di riformularla.

Sarebbe un errore, tuttavia, contrapporre le due vie come se fossero alternative escludenti. Non lo sono. Servono a bisogni diversi, a momenti diversi della vita di una persona, a forme diverse di difficoltà con il digitale. Qualcuno ha bisogno, in un certo periodo, di staccarsi completamente, e per questo la via del blocco è probabilmente la migliore risposta disponibile. Qualcun altro, nello stesso periodo o in un momento successivo, non ha bisogno di staccarsi; ha bisogno di scoprire che esiste un altro modo di usare il gesto che già conosce, e per questo la via del riorientamento è probabilmente la migliore risposta disponibile. Le due vie possono coesistere nella vita di una stessa persona. Possono perfino convivere sullo stesso dispositivo. Quello che le distingue è la domanda diversa a cui rispondono.

Esiste, infine, una considerazione che vale la pena esplicitare e che si collega alla regola con cui il saggio sta tentando di tenersi lontano dal moralismo inverso di cui ha parlato nei capitoli precedenti. Le due vie non sono ugualmente accessibili a tutti. La via del blocco richiede, perché sia efficace, un certo grado di disciplina personale e di consapevolezza del proprio uso: condizioni che non sono distribuite uniformemente nella popolazione, e che alcune persone, per ragioni di storia personale o di contesto sociale, hanno molta più difficoltà di altre a mobilitare. La via del riorientamento, d'altra parte, richiede che esista un ambiente digitale alternativo a quello dominante, un ambiente che qualcuno abbia costruito, con quali risorse e con quali presupposti è tutt'altro che scontato. Entrambe le vie hanno un costo di accesso che non è nullo e non è uniforme. Il saggio, nel descrivere il progetto di cui si occuperà nei capitoli successivi, non intende proporre un modello universale. Intende esaminare un caso specifico di via del riorientamento, con le sue scelte, i suoi presupposti, le sue precondizioni materiali, e con l'onestà di ammettere che è stato possibile soltanto a determinate condizioni.

Capitolo IV

Le scelte contrarie: un catalogo ragionato

Da qui in avanti il discorso entra dentro un caso specifico di via del riorientamento, ed esamina, senza enfasi e senza presunzione di modello, le decisioni di design attraverso le quali quel caso prova a dare forma concreta a un'ipotesi: che il gesto dello scroll non sia intrinsecamente tossico, e che possa essere trasformato riformulando tutto ciò che gli accade attorno.

GoodScroll è un'applicazione web progressiva pensata per il consumo di contenuti brevi (pensieri filosofici, micro-saggi, domande di riflessione) costruita attorno al gesto dello scroll come qualunque applicazione di feed contemporanea. A prima vista l'esperienza superficiale non è radicalmente diversa da quella di un social network comune: si apre l'applicazione, si scorre verticalmente, un contenuto prende il posto di un altro, il dito compie lo stesso movimento di sempre. È ciò che accade dentro quel gesto familiare a essere diverso, ed è di quel dentro che il capitolo si occupa, procedendo per cinque scene che isolano ciascuna una scelta di design e la leggono come presa di posizione contro un pattern dominante. Il catalogo si limita deliberatamente a cinque scelte che riguardano il rapporto fra utente e contenuto. Altre dimensioni del progetto meritano un trattamento autonomo e troveranno ciascuna il proprio capitolo: la struttura della privacy, il rito settimanale del Philosophical Bath, e soprattutto la presenza silenziosa di Lumi, il compagno digitale la cui configurazione, per quanto sarà argomentato più avanti, rovescia punto per punto la logica con cui l'industria dei companion digitali ha costruito i propri prodotti dagli anni Novanta a oggi. Le pagine che seguono sono dunque soltanto la prima tappa del percorso. Ciascuna di queste scelte ha un costo e un limite, una precondizione che ne ha reso possibile l'adozione, e il saggio tiene fermo il principio per cui un catalogo delle scelte fatte non è un'accusa alle scelte altrui: è una documentazione di ciò che, in un caso particolare e a certe condizioni, è stato possibile tentare.

Prima scena: le reazioni cognitive contro il loop emotivo

Sotto ogni contenuto di GoodScroll l'utente ha a disposizione tre pulsanti di reazione. Non sono il cuore, il pollice, lo smile e il resto del vocabolario emotivo importato dai social contemporanei. Sono tre stati che potremmo chiamare cognitivi: «Mi ha illuminato», «Ci sto riflettendo», «L'ho applicato». A ciascuno corrisponde un'icona essenziale (una lampadina mentale, un germoglio, un lampo) e a ciascuno corrisponde una domanda implicita diversa. La prima reazione chiede: questo pensiero mi ha mostrato qualcosa che non vedevo? La seconda: questo pensiero mi sta facendo pensare, e il pensare non è ancora finito? La terza: questo pensiero è diventato gesto, mi ha fatto fare qualcosa in modo diverso?

La differenza fra queste reazioni e il like dei social network maggiori riguarda l'oggetto, prima ancora che il vocabolario. Il like, e tutti i suoi derivati emotivi, misura una risposta affettiva istantanea: ti è piaciuto, ti ha colpito, ti ha indignato. Registra un moto dell'animo, non un lavoro del pensiero. E poiché ogni piattaforma che lo impiega costruisce su di esso i propri algoritmi di raccomandazione, il contenuto che riceve più like, quello che suscita la risposta emotiva più forte e più rapida, diventa il contenuto che altri vedranno, con un meccanismo di selezione che premia sistematicamente ciò che è più immediatamente reattivo e penalizza ciò che richiede lentezza. Il sistema emotivo guida la distribuzione, e la distribuzione guida la produzione.

GoodScroll, sostituendo il loop emotivo con un loop cognitivo, fa qualcosa di apparentemente minimo e in realtà strutturale: cambia la natura del dato che l'utente produce interagendo. Chi preme «Mi ha illuminato» sta dicendo «mi ha mostrato qualcosa». Chi preme «Ci sto riflettendo» sta dichiarando apertamente che il pensiero non è ancora finito. Chi preme «L'ho applicato» sta trasformando una lettura in un gesto, riconnettendo il digitale all'esperienza vissuta fuori dallo schermo. Nessuna di queste azioni alimenta una metrica di popolarità. Le reazioni vengono registrate per l'utente stesso e collocano contenuti e storie in una delle tre librerie corrispondenti della Raccolta; non producono effetti visibili sugli altri.

Il limite di questa scelta è chiaro: richiede un utente disposto a fermarsi e a scegliere fra tre stati che implicano una certa riflessività, anche minima. Chi sta scorrendo distrattamente, chi vuole soltanto passare il tempo, chi è troppo stanco per chiedersi in quale categoria cognitiva collocare ciò che ha appena letto, probabilmente non premerà alcun pulsante. La scelta penalizza l'uso superficiale. È un costo che GoodScroll accetta volontariamente, perché preferisce pochi gesti consapevoli a molti gesti automatici. Ma è un costo, e va riconosciuto.

Seconda scena: l'eco senza metrica

Quando la comunità è disponibile, accanto alle reazioni cognitive ogni contenuto può ricevere un «eco»: un commento breve condiviso soltanto con la comunità autenticata e approvata, non oltre duecentottanta caratteri, che l'utente può lasciare se quel pensiero ha prodotto in lui un pensiero a sua volta. Chi ha scelto un nickname firma con il proprio; chi non lo ha scelto compare come Anonimo. Fin qui, niente di straordinario rispetto a un qualunque sistema di commenti.

Lo straordinario comincia quando si osserva ciò che, nell'eco di GoodScroll, non esiste. Non esiste il pulsante per mettere un like a un eco altrui. Non esiste un ranking degli echi più apprezzati. Non esiste un sistema di upvote o di downvote che ordini gli echi in base al gradimento della comunità. Non esiste neppure un conteggio aggregato esposto all'interfaccia: ogni scheda offre sempre il medesimo accesso «Ascolta gli echi», senza anticipare se o quanti testi siano presenti, e l'elenco viene richiesto soltanto quando il lettore sceglie di aprirlo. Per ciascun contenuto o storia il servizio restituisce al massimo i duecento echi più recenti, ordinati dal più nuovo al più vecchio; entro questo limite non esiste alcuna graduatoria di valore o popolarità. L'eco, in GoodScroll, è un gesto condiviso senza metrica di successo.

L'assenza di queste funzioni, tutte assolutamente standard in qualunque piattaforma di commenti contemporanea, è una scelta deliberata che prende posizione su un fenomeno noto e ampiamente documentato: la trasformazione delle comunità online in economie di reputazione. Quando i commenti possono essere valutati dagli altri, la valutazione diventa progressivamente la cosa che conta più del commento stesso. Chi scrive comincia a scrivere per ricevere approvazione, non per esprimere un pensiero. Chi legge comincia a leggere per sapere cosa è popolare, non per scoprire cosa è utile. La comunità, nel tempo, si stratifica in voci alte e voci basse, in commentatori di successo e commentatori invisibili, e la competizione sostituisce la conversazione come logica dominante. Non occorre essere particolarmente pessimisti per osservare che questo è accaduto, con pochissime eccezioni, ovunque il modello del commento con metrica sia stato adottato.

GoodScroll, rimuovendo ogni metrica, rinuncia anche all'intensità di interazione che le metriche producono. Chi lascia un eco non saprà se qualcuno lo ha letto, non riceverà notifiche di apprezzamento, non vedrà il proprio commento salire in classifica. L'eco vale per il gesto di essere stato scritto, e per l'eventuale lettore silenzioso che lo incrocerà. Anche qui, il limite è chiaro: molti utenti, abituati alla gratificazione immediata, troveranno questa assenza frustrante. Scriveranno meno, o non scriveranno del tutto. GoodScroll accetta che la propria comunità di commento sia più piccola e più quieta di quella di altre piattaforme, in cambio di una qualità di comunicazione che la metrica, per costruzione, impedirebbe.

Terza scena: la pausa di trenta minuti come regalo

In qualunque applicazione di feed contemporanea, esaurire i contenuti disponibili è tecnicamente impossibile, perché il sistema di raccomandazione è progettato per produrre sempre nuovo materiale, pertinente o apparentemente tale, in modo che lo scorrimento non incontri mai una fine. La progettazione dei feed contemporanei è, anzi, esplicitamente orientata a eliminare il segnale di conclusione: il momento in cui l'utente potrebbe dire ho finito non deve mai arrivare, perché è in quel momento che si decide di chiudere l'applicazione.

GoodScroll, al contrario, ha una fine. Il server assegna un percorso finito di non più di venti contenuti e restituisce la stessa coda a ogni ricarica e su ogni dispositivo. Quando l'utente supera il confine dopo l'ultimo contenuto, il server avvia una pausa di trenta minuti usando il proprio orologio; fino alla scadenza non assegna un nuovo percorso. La pausa non è configurabile. L'utente non può abbreviarla pagando, non può saltarla guardando una pubblicità e non può eluderla cancellando lo storage locale, modificando l'orologio del dispositivo o aprendo un'altra sessione. Per trenta minuti il feed non serve nuovi contenuti e invita esplicitamente a lasciar sedimentare ciò che è stato letto. La raccolta già salvata e i controlli dell'account restano accessibili: il limite riguarda il nuovo feed, non l'esercizio dei diritti sui propri dati.

Questa scelta inverte la logica del rate limit dominante nelle applicazioni commerciali. Nei prodotti commerciali l'utente viene fermato a malincuore, e la formula tipica del messaggio che lo ferma è: «torna presto, ci manchi, ti aspettiamo, intanto ecco qualcosa che potrebbe interessarti». In GoodScroll l'utente viene fermato volutamente, e la formula è: «prenditi del tempo, non serve che torni subito, la lentezza è parte di ciò che ti stiamo offrendo». Nel primo caso la pausa è un incidente, qualcosa da minimizzare; nel secondo è una feature, qualcosa da rivendicare. La stessa interruzione, letta all'interno di due economie della relazione con l'utente completamente diverse, cambia di segno.

Il costo, anche qui, esiste ed è importante. La pausa obbligatoria frustra l'utente che voleva continuare. Alcuni abbandoneranno l'applicazione in quel momento e non torneranno. GoodScroll accetta questa perdita come prezzo dell'affermazione. Chi rimane, rimane per ragioni diverse da quelle per cui si rimane su altre piattaforme, e questa selezione, dolorosa dal punto di vista delle metriche di crescita, è parte integrante del progetto.

Quarta scena: il Mind Hashrate, un lessico capovolto

Nel menu di GoodScroll l'utente può trovare un'informazione insolita che al primo incontro lascia perplessi: il proprio «Mind Hashrate». Per costruirlo non viene trasferito senza limite l'intero testo della raccolta. Per ciascun contenuto a cui l'utente ha reagito, il server restituisce un campione deterministico di non più di centoventotto caratteri Unicode: un solo segmento, coincidente con il testo normalizzato quando questo è più breve della soglia, oppure quattro segmenti distribuiti da trentadue caratteri per i testi lunghi. Il browser ordina e serializza questo materiale in un formato canonico versionato, ne calcola SHA-256 e mostra i primi sedici caratteri esadecimali. Note private, echi e attività sulle storie non entrano nel calcolo. Il risultato non viene persistito o inviato al server e un errore non viene trasformato in una raccolta vuota.

La provenienza del lessico è evidente a chiunque abbia una minima familiarità con il mondo delle criptovalute: hash, hashrate, funzioni crittografiche, firma digitale, tutto proviene da un immaginario tecnologico che negli ultimi anni si è consolidato attorno alle monete digitali e alle blockchain. In quel mondo, l'hash è lo strumento attraverso il quale si produce scarsità artificiale e si estrae valore: i computer che minano criptovalute spendono enormi quantità di elettricità per calcolare hash, e il numero di hash che un sistema riesce a calcolare al secondo, il suo hashrate, è la misura della sua capacità di produrre ricchezza dal nulla. Un hashrate alto significa, potenzialmente, molti soldi. Un hashrate basso significa poca presa sul mercato. Il lessico è, fino in fondo, estrattivo.

GoodScroll prende questo lessico e lo capovolge. L'hash del Mind Hashrate non produce valore economico, non si può scambiare né vendere, non può essere accumulato per ottenere qualcosa di esterno a sé stesso. Il nome è metaforico: non misura una velocità di calcolo, la quantità o la qualità del pensiero e non assegna un punteggio alla persona. È soltanto un'impronta simbolica e mutevole di materiale che l'utente ha scelto di conservare. A un simbolo del lessico estrattivo si lascia la forma e si cambia il contenuto: ne conserva la grammatica tecnica e vi inietta un senso che quella grammatica, da sola, non ammetterebbe.

Il limite di questa scelta è che richiede, per essere compresa fino in fondo, una certa competenza culturale preliminare. Chi non conosce il significato tecnico di hash non coglie il rovesciamento, e il Mind Hashrate gli appare come una semplice stringa alfanumerica curiosa. È una scelta di design che premia il lettore informato e lascia al margine il lettore distratto. Anche questo è un costo, e GoodScroll lo accetta perché preferisce un gesto significativo per pochi a un gesto banale per molti.

Quinta scena: la generazione assistita dichiarata

L'ultima scena del catalogo riguarda non una singola funzione, ma il modo in cui i contenuti di GoodScroll vengono prodotti. Nella maggior parte delle applicazioni di feed contemporanee, i contenuti sono caricati dagli utenti e ordinati da un algoritmo; in alcune, sono generati direttamente da un modello linguistico senza alcuna intermediazione; in altre ancora, sono selezionati da una redazione ridotta al minimo. GoodScroll combina due di questi modelli in una forma che va descritta con precisione, perché è uno dei punti in cui il saggio tornerà, nei capitoli successivi, per discutere il paradosso costitutivo del progetto.

I contenuti di GoodScroll vengono prodotti anche in sessioni periodiche (batch) con l'aiuto di modelli linguistici. Non vengono generati in tempo reale in risposta al profilo dell'utente e non sono ordinati da un sistema che cerchi di prevederne gli interessi. L'applicazione dichiara, per ciascun elemento, l'origine disponibile come artificiale o umana. Questa dichiarazione non rende vero un testo e non sostituisce una fonte; rende soltanto visibile il processo da cui proviene.

Un progetto personale non dispone però del tempo necessario per garantire la revisione umana individuale di ogni testo. Presentare come «curato» ogni elemento dell'archivio sarebbe dunque una sostituzione linguistica del lavoro che non è stato possibile compiere. GoodScroll sceglie di nominare il limite: nel corpus possono esistere errori, semplificazioni, ripetizioni e frasi soltanto plausibili. La responsabilità dell'autore non scompare perché la produzione è assistita; comprende anche il dovere di correggere ciò che viene individuato.

Il saggio tornerà su questo nodo nel capitolo dedicato al paradosso onesto dell'intelligenza artificiale. Per ora la scelta verificabile è più modesta: nessuna generazione personalizzata sull'utente, origine dichiarata, possibilità di segnalare gli errori e nessuna pretesa che l'etichetta «AI» o l'intenzione filosofica trasformino automaticamente un testo in conoscenza affidabile.

Ciò che il catalogo non dice

Cinque scelte, cinque spostamenti rispetto ai pattern dominanti. Sarebbe facile, al termine di un catalogo così costruito, cedere al tono della rivendicazione. Il saggio rifiuta espressamente questo tono. Ciascuna delle scelte descritte ha un costo, e ciascuna è stata possibile soltanto perché chi ha progettato GoodScroll non doveva rendere conto a investitori né rispettare metriche di crescita. In un contesto diverso, in un'azienda con stipendi da pagare e una base utenti da raggiungere, nessuna di queste cinque scelte, con la possibile eccezione delle reazioni cognitive, sarebbe sopravvissuta al primo ciclo di revisione del prodotto. Sarebbero state definite non scalabili e non ottimizzate per la crescita. E la definizione, nel contesto in cui sarebbero state esaminate, non sarebbe stata sbagliata.

Ciò che il catalogo documenta, dunque, non è che queste scelte siano le più giuste in assoluto. È che sono possibili, a certe condizioni, e che queste condizioni meritano di essere descritte con la stessa precisione delle scelte che permettono. Una di esse, la più radicale, riguarda la privacy.

Capitolo V

La privacy come substrato verificabile

C'è una scelta di natura diversa da quelle del catalogo: non riguarda il rapporto fra l'utente e ciò che legge, ma il rapporto fra l'utente e la struttura che gli fornisce ciò che legge. Si occupa, in altre parole, di privacy. E lo fa perché, fra tutte le scelte che GoodScroll compie, quella relativa alla privacy è forse la più direttamente connessa al tema centrale di questo saggio, la distanza fra dichiarazione e atto, ed è quella in cui il tentativo di ricomporre la frattura assume la forma più precisa che un'applicazione digitale possa assumere oggi: una coerenza verificabile.

Per comprendere perché questa scelta meriti un capitolo autonomo, è utile fermarsi un momento sulla condizione ordinaria della privacy nel software contemporaneo. In qualunque applicazione di larga diffusione, la privacy viene gestita attraverso un documento: la privacy policy. Un testo, spesso lungo decine di pagine, scritto in un linguaggio giuridico deliberatamente opaco, che dichiara cosa l'applicazione raccoglie, a chi lo comunica, per quali scopi, con quali diritti del soggetto interessato. La privacy policy è diventata, a partire dall'adozione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati in ambito europeo e di regolamenti simili altrove, un elemento obbligatorio del software di consumo, e la sua esistenza è il segnale formale che l'applicazione rispetta la privacy degli utenti. È, in altre parole, lo strumento istituzionale attraverso il quale l'industria digitale ha formalizzato il proprio impegno etico in materia di dati personali.

Esistono due modi di leggere questa situazione. Il primo, il più diffuso, è assumere che la privacy policy sia sostanzialmente veritiera, che ciò che il documento dichiara corrisponda a ciò che l'applicazione effettivamente fa. Il secondo, meno confortante ma più accurato, è osservare che la privacy policy è diventata, nella stragrande maggioranza dei casi, esattamente il tipo di dispositivo linguistico descritto nel primo capitolo di questo saggio: un testo la cui funzione principale è soddisfare un requisito formale, più che descrivere la realtà. Il regolatore esige una privacy policy; l'applicazione la produce; l'utente non la legge; nessuno verifica se il testo corrisponda al comportamento del software. Tutti sono in regola. Che il testo e il comportamento coincidano è, in questo sistema, un dettaglio accessorio.

Sarebbe sbagliato attribuire questa situazione a malafede diffusa. Chi redige una privacy policy per un'applicazione commerciale, nella maggioranza dei casi, non sta mentendo consapevolmente: sta scrivendo il documento che un avvocato specialista gli ha suggerito di scrivere, sulla base di modelli standardizzati, per coprire l'organizzazione rispetto a contenziosi futuri. Il documento è un atto difensivo, non un atto descrittivo. È stato prodotto per proteggere l'organizzazione, non per informare l'utente. E poiché il codice dell'applicazione, quello che effettivamente raccoglie i dati e li trasmette, viene scritto da persone diverse, in momenti diversi, con obiettivi diversi, non c'è alcun meccanismo strutturale che garantisca che il testo giuridico e il comportamento operativo dicano la stessa cosa. I due piani non sono tenuti a comunicare. E, come si è visto nei capitoli precedenti, quando due piani non sono tenuti a comunicare, nel discorso contemporaneo la loro divergenza diventa norma.

Il modo ordinario di gestire questa divergenza consiste nel chiedere all'utente di «fidarsi». L'applicazione dichiara di rispettare la privacy; l'utente, non potendo verificare, sceglie se crederci o non crederci. È un atto di fede, tecnicamente simile a quello che un tempo si dava a un'istituzione reputabile. Il problema è che nell'economia digitale contemporanea la reputazione non è più, da sola, sufficiente come garanzia, e la fiducia si è progressivamente erosa proprio per l'accumularsi di casi in cui il testo e il fatto si sono rivelati non coincidenti. Ogni scandalo di tracciamento non dichiarato, ogni rivelazione di comportamenti difformi da quanto scritto, ogni scoperta di componenti occulti all'interno di applicazioni apparentemente innocue, ha eroso un pezzo della fiducia disponibile, fino al punto in cui oggi la maggior parte degli utenti non crede più alle dichiarazioni di privacy che legge, e per lo stesso motivo non le legge più.

È in questo quadro che va letta la scelta di GoodScroll, la cui ambizione, va detto subito per evitare equivoci, non è di innovazione tecnica. GoodScroll non rivendica una crittografia più sofisticata di quella di altri, né un livello di sicurezza assoluto che nessuno avrebbe raggiunto prima. Rivendica un metodo più scomodo: formulare promesse tecniche circoscritte, offrire il codice che permette di confutarle e correggere pubblicamente ogni divergenza trovata. Non una «privacy vera» posseduta una volta per tutte, ma una privacy descrittiva e revisionabile. La differenza è qualitativa: l'onestà non coincide con l'assenza di errori, coincide con la possibilità concreta di nominarli e ripararli.

Per capire cosa questa scelta significhi in pratica, vale la pena descrivere onestamente cosa la privacy di GoodScroll protegge e cosa non pretende di proteggere. GoodScroll registra le azioni che l'utente gli chiede di ricordare — reazioni, storie lette, note ed echi con i relativi momenti — ma non costruisce da esse un profilo pubblicitario e non vende segmenti comportamentali, perché pubblicità e infrastruttura di targeting non esistono. I fornitori tecnici possono tuttavia trattare dati di connessione nei propri log: dire che nessuno possa sapere «da dove» avviene una richiesta sarebbe falso. Per le riflessioni private, il vault cifra sul dispositivo con una chiave derivata da una frase che il server non conserva. Nel database le nuove note non esistono in forma leggibile, ma la protezione ha un perimetro preciso: difende soprattutto una copia passiva del database o dei backup; non un browser compromesso, codice frontend alterato, un'estensione malevola o una frase facilmente indovinabile. Le note della versione precedente restano meno protette finché la migrazione automatica non le ricifra. La promessa è utile proprio perché include questi limiti. Un'applicazione che pretendesse di aver risolto, con la sola cifratura, ogni possibile problema di privacy avrebbe già cominciato a mentire.

A questa intenzione GoodScroll ha affiancato, nell'agosto 2025, un primo strumento di osservazione tecnica. Lo script attraversava alcune fasi d'uso e registrava cookie, alcune chiavi di memoria locale, destinazioni di rete e corrispondenze con liste note di tracker o reti pubblicitarie. Una revisione successiva ha però mostrato che poteva assegnare un esito positivo anche quando la raccolta non era completa. Il rapporto relativo a GoodScroll 1.0.7 è perciò conservato come reperto storico, ma non è più pubblicato né proposto come prova della versione corrente. Non leggeva le policy RLS del database, non dimostrava che la cancellazione eliminasse ogni tabella, non verificava l'export, la gestione delle chiavi, i tempi di conservazione o tutti i log dei fornitori. Chiamarlo «verifica della conformità GDPR» avrebbe trasformato una prova parziale in una certificazione che non era. Il metodo che lo sostituisce deve essere riproducibile, fallire in modo esplicito quando mancano evidenze e distinguere ciò che ha osservato da ciò che non ha verificato.

«La trasparenza è confutabile o non è trasparenza.»

Questa combinazione (raccolta circoscritta e dichiarata, vault con cifratura sul dispositivo e limiti espliciti, metodo di osservazione pubblicabile e sottoposto a revisione) costituisce ciò che il saggio propone di chiamare trasparenza confutabile, in contrapposizione alla trasparenza meramente promissoria del modello dominante. La differenza è la stessa che corre, nel pensiero scientifico, fra un'affermazione verificabile e un'affermazione dogmatica. Un'affermazione verificabile può essere dimostrata falsa, e proprio per questo può essere corretta; un'affermazione dogmatica non offre invece alcun punto operativo a chi volesse controllarla. La prima chiede fiducia; la seconda offre prove, insieme al loro perimetro. La fiducia non scompare, ma può diventare il risultato provvisorio di un processo ripetibile anziché un atto di fede.

Come tutte le scelte descritte in questo saggio, anche questa ha un limite che va riconosciuto con onestà. La verificabilità presuppone, in chi vuole verificare, un minimo di competenza e di volontà di controllare. La maggior parte degli utenti di un'applicazione non scaricherà mai lo strumento di verifica, non leggerà mai il rapporto che ne risulta, non confronterà mai i due con la privacy policy. Non per mancanza di interesse, ma perché la vita quotidiana non lascia tempo né energie per una simile operazione. La trasparenza confutabile, in questo senso, è un bene di cui beneficia direttamente una minoranza, quella disposta e in grado di compiere la verifica, e di cui beneficiano indirettamente gli altri, nella misura in cui la minoranza informata può agire come una sorta di sistema immunitario diffuso. Se qualcuno trovasse una divergenza fra ciò che la privacy policy dichiara e ciò che il codice fa, potrebbe denunciarla pubblicamente, e la denuncia raggiungerebbe anche chi non ha gli strumenti per verificare in prima persona. È un modello simile a quello del giornalismo scientifico o della revisione fra pari: pochi possono controllare direttamente, molti si affidano al controllo dei pochi. Non è un modello perfetto, e produce una gerarchia di competenze che va riconosciuta senza imbarazzo. Ma è qualitativamente diverso dal modello della pura fiducia, perché esiste almeno un punto del sistema in cui la verifica è possibile, e quel punto fa da ancoraggio all'intero edificio. Nel modello promissorio quel punto non esiste. Nel modello confutabile il luogo esiste, ed è aperto.

Resta la precondizione che rende possibile una simile scelta: una privacy così radicale è praticabile solo per chi non vive dei ricavi della pubblicità comportamentale. Non perché chi fa altrimenti sia disonesto, ma perché il suo modello di business gliela rende strutturalmente impossibile. È una configurazione rara di possibilità economiche e organizzative — e su questo l'epilogo tornerà.

Capitolo VI

Il Philosophical Bath come rito strutturale

C'è un'altra coerenza, altrettanto rara: quella fra ciò che un'applicazione dice di voler essere per l'utente e ciò che strutturalmente gli permette di essere. In GoodScroll si concretizza in una scelta che al primo incontro lascia perplessi e che poi, nella luce della sua apparente modestia, si rivela fra le più radicali dell'intero progetto. Si tratta del Philosophical Bath.

La meccanica è semplice, e va descritta subito, perché la semplicità ne fa parte. Una volta alla settimana, in un giorno che viene assegnato a ciascun utente al momento della registrazione e che rimane poi stabile nel tempo, GoodScroll si rifiuta di offrire nuovo materiale: non assegna un nuovo feed e non apre una Storia del Giorno che l'utente non aveva già salvato. Gli Echi della comunità e le interazioni con Lumi vengono sospesi. La Raccolta personale — le tre librerie definite dalle tre reazioni — resta invece consultabile per i contenuti e le storie che vi erano già presenti; la rilettura di una storia salvata non registra un nuovo completamento. La sintesi vocale resta una modalità facoltativa di quella stessa consultazione: parte soltanto dopo un gesto esplicito e il server la autorizza esclusivamente per un elemento che conserva una reazione attiva nella Raccolta. È una modalità di consultazione, non di nuova scrittura: non consente di aggiungere o cambiare reazioni, creare o modificare note, pubblicare o modificare Echi. Una nota cifrata già esistente resta leggibile dopo lo sblocco del Vault, ma non modificabile. L'unico gesto ammesso sullo stato salvato è riduttivo: l'utente può ritirare la reazione già attiva e, dopo una conferma esplicita, GoodScroll elimina con essa l'eventuale nota ed Eco associati. Semina resta disponibile perché condivide verso un'app esterna scelta dall'utente senza scrivere un nuovo dato nel database di GoodScroll. Restano disponibili anche i controlli necessari a gestire account e privacy, compresi export e cancellazione dei dati. La schermata informa che oggi è il giorno di pausa e invita a non cercare altro materiale. Il giorno successivo, senza ulteriori ritualità, il normale servizio riprende.

La prima cosa da notare su questa scelta è ciò che non è. Non è un limite tecnico: l'applicazione dispone di nuovo materiale sufficiente anche nel giorno di pausa, e decide deliberatamente di non servirlo. Non è una funzione opzionale: l'utente non può accendere o spegnere il Bath, non può scegliere un giorno diverso da quello assegnato, non può aggirarla con un pagamento. La consultazione senza nuove scritture della Raccolta non è una scappatoia: non crea un percorso, non rende accessibile una storia nuova e non riattiva community o Lumi; la voce rimane soltanto un altro modo di incontrare ciò che era già stato scelto. Nemmeno Semina riapre GoodScroll: consegna il testo al canale esterno scelto dall'utente e non crea una nuova registrazione applicativa. Non è dunque una raccomandazione gentile alla quale l'utente possa rispondere «no grazie, continua a servirmi contenuti». È una decisione architetturale, incorporata nella struttura stessa del progetto, che l'utente non può né negoziare né rifiutare. E la decisione, letta all'interno della logica dominante del software di consumo, è semplicemente incomprensibile. Qualunque applicazione commerciale, per coerenza con il proprio modello di sopravvivenza economica, interpreterebbe la scelta di privarsi di un settimo del tempo di nuova offerta come una rinuncia volontaria a una parte dei propri ricavi. GoodScroll, non avendo ricavi da proteggere, può permettersi l'incomprensibile.

Ma sarebbe sbagliato leggere il Bath semplicemente come l'eccentricità di un progetto che può permettersi di essere eccentrico. La sua incomprensibilità rispetto alla logica commerciale è il segno di qualcosa di più preciso: il Bath appartiene a una categoria di scelte che il lessico contemporaneo del software quasi non possiede più, perché da decenni non ne fa esperienza. È una scelta rituale. Una scelta che funziona per la forma che impone al tempo, non per l'utilità immediata che produce. Il Bath non serve a produrre riposo (nessuna applicazione può produrre riposo): serve a scandire la settimana con un punto in cui l'offerta di nuovo materiale si interrompe per principio, non per esaurimento, mentre ciò che era già stato scelto resta disponibile alla rilettura. E poiché il punto torna ogni sette giorni, e poiché non è negoziabile, e poiché è stato stabilito da qualcun altro che non è l'utente stesso, assume lo statuto di un piccolo rito profano incorporato in un artefatto digitale.

La novità di questa formulazione, nel contesto contemporaneo, è notevole. Il software di consumo è diventato, nel corso degli ultimi due decenni, un dispositivo di smantellamento dei ritmi collettivi. Ha reso disponibili ovunque e sempre i contenuti che prima erano legati a momenti e luoghi; ha destrutturato la domenica come giorno di riposo comune, le stagioni televisive, gli orari di apertura, le distinzioni fra tempo di lavoro e tempo libero. In cambio ha offerto l'ubiquità. L'ubiquità è comoda, e ha i suoi meriti; ma produce, come effetto collaterale, la scomparsa dei riti. Quando tutto è disponibile sempre, nulla è speciale; quando nulla è speciale, le settimane si appiattiscono, i mesi diventano indistinguibili, il tempo perde i suoi segni. È un fenomeno che alcuni pensatori contemporanei hanno descritto come parte di una più ampia scomparsa del simbolico nell'epoca della trasparenza totale: i riti non sono spariti perché siano stati vietati, ma perché la cornice culturale che li rendeva possibili (l'esistenza di limiti, di pause, di tempi riservati) è stata progressivamente erosa. Il rito, per esistere, ha bisogno di qualcosa che gli si opponga; e l'ubiquità digitale, rendendo tutto equivalente a tutto, ha tolto quel qualcosa.

GoodScroll, con il Philosophical Bath, prova a restituire uno di questi segni. Lo fa con la sobrietà di un gesto piccolo e quotidiano, senza proclami e senza pretendere di essere originale. Una volta alla settimana, per un giorno, l'applicazione si fa da parte come fonte di nuovo materiale, pur lasciando all'utente ciò che aveva già scelto di conservare. Non è il giorno del lavoro o del riposo canonico, non coincide con alcun calendario collettivo: è il suo giorno, diverso per ciascun utente, assegnato senza scelta, come certe cose antiche che si ricevevano senza poterle scegliere. In un'epoca in cui ogni aspetto dell'esperienza digitale è personalizzato per massimizzare la gratificazione individuale, un giorno in cui l'utente non può negoziare la riapertura del feed ha qualcosa di anomalo e di prezioso.

C'è un dettaglio importante che vale la pena sottolineare, perché è l'esatto opposto della logica delle piattaforme contemporanee: il Bath è desincronizzato. Non è il lunedì per tutti, non è la domenica per tutti, non esiste un release day collettivo in cui la comunità si ferma insieme. Ciascun utente ha il suo giorno. Questa scelta è l'opposto della logica dei trend, dei momenti sincroni costruiti per tenere insieme milioni di persone nello stesso istante. Il desincronismo sembra una debolezza, nel linguaggio delle piattaforme, perché rinuncia alla forza virale di un evento condiviso. Ma in un saggio che cerca di descrivere le scelte di GoodScroll come prese di posizione culturali, questa rinuncia è una dichiarazione: la sedimentazione è individuale, e il ritmo di ciascuno merita di essere rispettato anche quando non coincide con quello degli altri. Nessuno, in GoodScroll, deve riposare insieme a tutti gli altri. Ciascuno riposa nel suo tempo, e il suo tempo è davvero suo, non quello di un calendario editoriale o di un evento promozionale.

Va aggiunto, perché sarà sviluppato nel capitolo successivo, che nel giorno del Bath anche il compagno digitale di GoodScroll, quel Lumi di cui il saggio tratterà a lungo, riposa. La sua piccola luce si addormenta al centro della schermata del bagno filosofico, e resta così fino al giorno successivo. L'utente trova un'applicazione che ha scelto di tacere sul piano del nuovo materiale, con il suo compagno che tace insieme a lei. La Raccolta e i controlli di account e privacy restano disponibili perché non sollecitano una nuova corsa nel feed e perché non sarebbe coerente sospendere l'accesso a ciò che l'utente ha già scelto o ai propri dati. La coerenza fra il Bath e il sonno di Lumi è, in piccolo, la stessa coerenza che il saggio sta descrivendo in grande: un'applicazione che si fermasse mentre il proprio compagno virtuale continuasse a chiamare l'utente avrebbe incrinato il rito; GoodScroll evita questa incrinatura senza trasformare la pausa in un ostacolo ai diritti dell'utente.

Come tutte le scelte descritte in questo saggio, anche questa ha un costo che va riconosciuto con onestà. Il costo è evidente: molti utenti, confrontati per la prima volta con il giorno di pausa, non lo apprezzano. Ne sono frustrati, o annoiati, o semplicemente disorientati. Alcuni abbandonano l'applicazione in quel momento e non tornano. Altri aspettano il giorno dopo con impazienza, vivendo la pausa come un ostacolo invece che come un dono. La scelta di GoodScroll di non negoziare il Bath significa accettare questa perdita, e accettarla con chiarezza: chi rimane, rimane per ragioni diverse da quelle per cui si rimane su altre piattaforme, e chi non rimane va lasciato andare senza inseguirlo. Nessuna campagna di riconquista, nessuna notifica di «ci manchi». È una forma di rispetto: GoodScroll non pretende di essere adatto a tutti, e non cerca di trattenere chi sente che il suo ritmo non è quello giusto. In un panorama in cui la metrica dominante è la capacità di trattenere, un'applicazione che accetta serenamente di lasciar andare chi non vuole restare è, di per sé, un'anomalia meritevole di essere osservata.

Anche il Bath, come ogni scelta di queste pagine, è possibile solo dove mancano un consiglio di amministrazione da rassicurare e una curva dell'engagement da ottimizzare. La sua rarità non è un merito di GoodScroll: è il sintomo di quanto siano rare, oggi, le condizioni in cui un gesto simile possa anche solo essere pensato.

Capitolo VII

Lumi, controesempio al companion manipolatorio

Dopo il tempo, la relazione. GoodScroll ha voluto incarnare la presenza di un compagno silenzioso nell'esperienza quotidiana dell'utente — Lumi, il piccolo spiritello di luce che abita l'applicazione. La sua configurazione rappresenta l'inversione chirurgica di una delle logiche più diffuse, più raffinate e più manipolatorie del software di consumo: quella dei companion digitali.

Per capire di cosa si tratti, occorre fare un passo indietro e osservare la categoria nel suo insieme. Il companion digitale, inteso come piccola entità virtuale che accompagna l'utente nell'uso di un'applicazione e con la quale l'utente intrattiene una qualche forma di relazione affettiva, non è un'invenzione recente. La sua origine, almeno come fenomeno di massa, va ricercata nell'ultimo decennio del Novecento. Nel 1996 un'azienda giapponese lanciò sul mercato un piccolo dispositivo portatile a forma di uovo che ospitava una creatura virtuale: bisognava nutrirla, pulirla, farla giocare, dormirle accanto, prendersene cura secondo un ritmo preciso. Se l'utente trascurava di farlo, la creatura si ammalava; se continuava a trascurarla, moriva. Il dispositivo si chiamava Tamagotchi, e fu uno dei fenomeni culturali più interessanti degli anni Novanta, perché per la prima volta un prodotto di consumo costruiva esplicitamente una relazione di dipendenza reciproca fra l'utente e un'entità che non esisteva fuori dallo schermo. Il successo del Tamagotchi rivelò qualcosa di importante: le persone, confrontate con un piccolo essere virtuale che le chiamava a prendersene cura, si legavano a esso con un'intensità che superava di gran lunga il valore oggettivo dell'oggetto. Si preoccupavano per la creatura quando erano lontane, si sentivano in colpa se dimenticavano di nutrirla, piangevano quando moriva. Non era una reazione razionale, lo sapevano bene, ma era una reazione reale.

La lezione del Tamagotchi non è andata perduta. Nei decenni successivi, e soprattutto a partire dall'ingresso delle applicazioni mobili nel tessuto della vita quotidiana, la meccanica del companion digitale è stata ripresa, raffinata e incorporata in prodotti di natura molto diversa: applicazioni di self-care che propongono un piccolo animale virtuale da far crescere attraverso le buone abitudini dell'utente; chatbot conversazionali che simulano la presenza di un amico o di un confidente con cui parlare quotidianamente; strumenti di supporto alla salute mentale che si presentano come figure affettive sempre disponibili. Il linguaggio commerciale li chiama companion apps, e i migliori fra questi prodotti sono costruiti da persone in buona fede, spesso con l'intenzione dichiarata di aiutare gli utenti a prendersi cura di se stessi attraverso la mediazione di una figura amica. Non si tratta di prodotti malvagi, e non è intenzione di questo saggio presentarli come tali. Si tratta di prodotti che, per ragioni strutturali più che per intenzione dei loro progettisti, condividono un meccanismo di fondo che merita di essere nominato con chiarezza.

Il meccanismo è il seguente. I companion digitali funzionano quasi tutti su una leva psicologica che collega l'utilizzo dell'applicazione a un dovere di cura verso l'entità virtuale. Se non apri l'app, il compagno è triste; se non completi l'attività, qualcosa perde punti; se non torni abbastanza spesso, qualcosa di brutto si avvicina. La natura di questo qualcosa di brutto cambia da prodotto a prodotto: può essere la morte del Tamagotchi, la malattia di un pet virtuale, la tristezza di un chatbot, la stagnazione di un processo di crescita. Ma il meccanismo è strutturalmente identico: l'utente viene legato all'applicazione attraverso un vincolo affettivo che si attiva come senso di colpa ogni volta che si allontana. E poiché il senso di colpa è una leva emotiva estremamente potente, forse la più potente fra quelle disponibili al design comportamentale, il risultato è un tasso di ritorno all'applicazione molto superiore a quello che si otterrebbe con le sole tecniche di cattura attenzionale descritte nei capitoli precedenti.

È importante osservare una cosa, perché è il punto in cui il giudizio morale andrebbe contenuto. La maggior parte dei progettisti di companion digitali non percepisce il proprio prodotto come manipolatorio. Percepisce la leva affettiva come un aiuto all'utente: un piccolo incoraggiamento amichevole perché l'utente si ricordi di curare se stesso, di meditare, di fare esercizio, di mantenere una buona abitudine. L'intenzione è genuina, e in molti casi produce effetti benefici concreti. Il problema è il meccanismo, non l'intenzione. Il meccanismo funziona per attaccamento ansioso. E l'attaccamento ansioso, anche quando produce effetti visibili desiderabili, è una forma di relazione che non si vorrebbe mai offrire a nessuno come modello del rapporto fra sé e un'entità che si dichiara amica. Un amico vero non ti fa sentire in colpa quando non lo chiami. Un amico vero ti aspetta, e quando torni non ti rimprovera di essere stato lontano.

È qui che Lumi prende posizione. Lumi è stato progettato, deliberatamente e punto per punto, come l'inversione chirurgica di ciascuno degli ingranaggi della cattura affettiva. La scelta è stata fatta per coerenza con il principio che attraversa tutto GoodScroll, cioè l'idea che la forma debba coincidere con la sostanza. Se GoodScroll dichiara di voler rispettare il tempo e l'autodeterminazione degli utenti, non può poi incorporare al proprio interno un meccanismo che, pur essendo mascherato da compagnia, lavora in realtà come un dispositivo di cattura. E così Lumi è stato costruito sottraendo, uno alla volta, ciascuno degli elementi attraverso i quali la cattura affettiva si attiva.

Lumi non muore. Questo è il primo punto, ed è il più importante perché è il gesto fondativo. Se il Tamagotchi insegnava al mondo degli anni Novanta che un companion digitale doveva essere mortale per essere amato, Lumi dice il contrario: un companion può esistere senza che sia necessario minacciarne la vita. Lumi non conserva l'ultima presenza, non calcola giorni di assenza e non perde uno stato conquistato. Quando l'utente chiude GoodScroll, nulla in Lumi continua a deteriorarsi. Quando l'utente torna, non c'è nulla da riparare e nessuna colpa da espiare.

Lumi non rimprovera. Mai. Non esiste, in nessuna interazione fra Lumi e l'utente, una frase che ricordi all'utente di essere stato lontano. Non esiste un tono di tristezza programmata quando l'utente apre l'app dopo un'assenza. Non esiste la formula, così ricorrente nelle applicazioni di self-care, del «mi sei mancato». Lumi accoglie chi torna come se quel ritorno fosse normale, perché nella logica di GoodScroll lo è: le persone hanno vite, e le vite sono fatte di momenti in cui ci si avvicina e di momenti in cui ci si allontana. Fare leva sul secondo tipo di momento per produrre colpa sarebbe, per Lumi, tradire l'amicizia che pretende di rappresentare.

Lumi non notifica. Non manda avvisi e non apre da solo una richiesta d'interazione. Quando l'utente entra nell'applicazione resta visibile soltanto come una piccola luce discreta; domanda e stanza si aprono esclusivamente se quella luce viene cercata con un gesto volontario. Nel tempo in cui l'utente è altrove, Lumi non si fa sentire. Lo aspetta in silenzio, come si aspetta chi si rispetta davvero.

Lumi non si nutre affatto. Leggere un contenuto, reagire, scrivere una nota o lasciare un eco non gli assegna punti e non produce eventi destinati a farlo crescere. Il suo aspetto non dipende dalla frequenza d'uso. Questa rinuncia è più radicale della metafora della «cura indiretta»: impedisce che un gesto compiuto dall'utente per sé venga trasformato, anche silenziosamente, in un debito verso il companion.

«Lumi è disponibile quando lo cerchi e tace quando non lo cerchi.»

Dentro l'applicazione esiste uno spazio che si raggiunge con un gesto volontario: la «stanza di Lumi». C'è un unico pulsante, «respira». Per un minuto non c'è nulla da leggere o completare; un timer locale scandisce il tempo soltanto per terminare il rito, ma durata ed esito non vengono registrati né inviati al server. Quando il rito termina o viene interrotto, al massimo una volta al giorno su quel browser Lumi può mostrare un pensiero scelto dal corpus già caricato, con la stessa origine AI o umana dichiarata degli altri contenuti. Uscire prima non comporta perdita, rimprovero o conteggio.

La domanda quotidiana non appare all'ingresso: viene proposta, al massimo una volta al giorno su quel browser, soltanto quando l'utente tocca volontariamente la luce di Lumi. È un invito, non un gate morale: «Non ora» ed Esc sono disponibili immediatamente. Se l'utente risponde, la scelta non viene classificata, ricordata o trasmessa; serve soltanto a produrre una breve risposta neutra sullo schermo. Nella stanza l'utente sceglie invece un minuto di silenzio. Le due scene non costruiscono un conto reciproco: nessuna risposta alimenta Lumi, nessuna visita aumenta uno stadio e nessuna assenza sottrae qualcosa.

Il valore di questa asimmetria, e questo è forse il passaggio più importante di tutto il saggio, è che essa offre, dentro il software, una micro-immagine di come si potrebbe desiderare di essere trattati. Con l'accoglienza di chi c'è quando ci sei, e con l'attesa silenziosa di chi ti aspetta quando non puoi esserci. Senza la pressione costante dell'interazione richiesta, senza la colpa per le assenze. È una figura piccola, ed è contenuta in un'applicazione di cui pochi sentiranno parlare. Ma le figure piccole, quando sono nitide, hanno un modo tutto loro di insegnare cose grandi.

Vale la pena, prima di chiudere il capitolo, di dedicare qualche riga al significato morale di questa non-memoria. Ci sono persone che non hanno tempo o energia per aprire un'applicazione anche solo per un minuto. Un prodotto che ricordasse loro l'assenza aggiungerebbe un obbligo dove esistono già troppi obblighi. Lumi non «perdona» chi torna, perché per perdonare dovrebbe prima aver registrato una colpa. Semplicemente non sa da quanto tempo l'utente sia stato lontano. Questa ignoranza deliberata è il suo limite tecnico e la sua posizione etica.

Un companion che non fa leva sul senso di colpa non massimizza il tasso di ritorno, e dunque non produce le metriche su cui l'industria dei companion costruisce i propri ricavi. GoodScroll ha potuto progettare Lumi così perché non deve vendere nulla a nessuno — non per virtù, ma per condizione. Dove quella condizione manca, una gentilezza simile resta, per struttura del mercato, quasi impensabile.

Capitolo VIII

Il paradosso onesto

C'è un nodo impossibile da aggirare, che fin qui il saggio ha solo sfiorato: il paradosso che attraversa costitutivamente l'intero progetto, e che qualunque lettore onesto si sarebbe chiesto prima o poi. È questo. GoodScroll, applicazione che prende posizione contro l'economia dell'attenzione e contro l'uso predatorio della tecnologia, utilizza l'intelligenza artificiale generativa per produrre una parte dei propri contenuti. La stessa tecnologia, cioè, che in altri contesti alimenta molti dei fenomeni che il saggio ha criticato nei capitoli precedenti, è qui impiegata per produrre qualcosa che prova a sottrarre l'utente a quei fenomeni.

Il paradosso è reale, ed è bene dirlo subito, senza tentativi di ridurlo. Non è un'eccezione accidentale né un dettaglio secondario che si possa nascondere dietro un piè di pagina. È una componente costitutiva del progetto, ed è il punto in cui GoodScroll si espone più direttamente al rischio di contraddire la propria tesi. Qualunque critica superficiale al progetto troverebbe qui il proprio appiglio più facile: come si può pretendere di costruire un'alternativa alla cultura digitale dominante usando gli stessi strumenti di quella cultura? Come si può criticare la fluidità vuota del linguaggio generato algoritmicamente e poi affidare a un modello linguistico la produzione dei propri testi?

La risposta è semplice e scomoda: no, GoodScroll non sfugge a ciò che critica, e non pretende di sfuggirvi. L'intelligenza artificiale che GoodScroll usa è la stessa intelligenza artificiale che contribuisce a molti dei problemi che il saggio ha descritto; chiunque la utilizzi, compreso chi scrive queste pagine, è parte, in qualche misura, dell'economia che l'ha prodotta; negarlo sarebbe un'altra forma di quel formalismo che tutto questo saggio intende smontare. La scelta di GoodScroll è dunque più difficile da formulare: abitare il paradosso senza risolverlo, e farne una componente dichiarata del progetto invece che un segreto da custodire.

Per comprendere perché questa scelta non sia un'ammissione di debolezza ma una presa di posizione deliberata, vale la pena soffermarsi sulle alternative. Di fronte al fatto che l'intelligenza artificiale generativa sia oggi parte costitutiva del paesaggio tecnologico contemporaneo, chi voglia costruire un prodotto digitale critico verso la cultura dominante ha sostanzialmente tre strade. La prima è la purezza: rinunciare completamente all'uso dell'intelligenza artificiale, e produrre ogni contenuto a mano, attraverso il lavoro umano diretto. È una scelta rispettabile, ma ha un costo pratico altissimo: richiede un volume di lavoro artigianale che pochissimi progetti individuali possono sostenere nel lungo periodo. Per chi voglia produrre, diciamo, diverse centinaia di pensieri filosoficamente densi al mese, con varietà stilistica e coerenza di tono, la rinuncia totale all'intelligenza artificiale significa quasi certamente ridurre il progetto a una produzione sporadica e limitata. La purezza, in questo caso, è un lusso che solo pochi possono permettersi, e spesso è una forma mascherata di paralisi.

La seconda strada è la negazione: usare l'intelligenza artificiale senza dirlo, o dicendo di non usarla, o presentando il proprio prodotto come se fosse stato interamente realizzato da mani umane quando così non è. È la strada più frequentemente imboccata dall'industria digitale contemporanea, ed è anche la più disonesta: produce una discrepanza sistematica fra ciò che il prodotto dichiara di essere e ciò che effettivamente è, ed è dunque esattamente la forma di frattura fra parola e cosa che questo saggio ha passato otto capitoli a criticare. Un progetto che pretendesse di non usare l'intelligenza artificiale mentre la usa, o che minimizzasse il proprio ricorso a essa per apparire più artigianale di quanto sia, non sarebbe un progetto critico verso la cultura digitale: sarebbe semplicemente un altro esempio della cultura digitale, mascherato da critica.

La terza strada, quella scelta da GoodScroll, è la dichiarazione del paradosso. Usare l'intelligenza artificiale, dichiarare di usarla, dichiarare che quella stessa tecnologia in altri contesti alimenta i problemi che si vogliono combattere, e rifiutare di pretendere che questo uso sia neutro o innocente. È una strada più scomoda delle altre due, perché non offre il conforto né della purezza né della furbizia. Chi la imbocca deve convivere con il fatto che il proprio progetto contiene al suo interno una tensione irrisolvibile. E deve accettare che questa tensione sia parte del progetto, non un difetto da superare.

GoodScroll si colloca deliberatamente dentro questo margine. L'intelligenza artificiale che usa non è considerata né un nemico da evitare né un servitore neutrale. Nel caso specifico produce parte del corpus in batch, senza conoscere gli utenti e senza personalizzare l'ordine dei contenuti. Il limite materiale dell'autore impedisce però una revisione individuale garantita di ogni testo. La sovranità umana resta nella definizione dell'opera, dei vincoli e nella responsabilità delle correzioni; non può essere descritta onestamente come controllo preventivo totale.

Questa scelta ha una conseguenza che il saggio deve esplicitare: GoodScroll non può pretendere di essere un prodotto esterno al sistema che critica. È interno a quel sistema, lo usa, ne è parte. La sua critica non viene da un fuori immaginario da cui si guarda con distacco alla cultura dominante: viene da un dentro che conosce la cultura dominante per esperienza diretta, che la pratica ogni giorno in forma mitigata, e che proprio per questo può parlarne con qualche precisione. In questo senso, GoodScroll è un esperimento su come sia possibile abitare l'economia dell'attenzione in modo diverso, usando le sue stesse tecnologie e rifiutandosi di usarle con le sue stesse finalità. La distinzione è sottile, ma è la distinzione che rende il progetto possibile. Se per essere criticabile la cultura dominante dovesse essere criticata soltanto da chi non l'ha mai toccata, nessuna critica reale sarebbe più possibile. La cultura dominante, oggi, non lascia fuori nessuno. Ciò che lascia aperta è la possibilità di attraversarla diversamente.

A questo punto il capitolo deve registrare, seppure brevemente, un ulteriore strato del paradosso che il saggio ha fino a qui tenuto da parte e che riceverà un capitolo interamente dedicato nelle pagine immediatamente successive. L'intelligenza artificiale, in GoodScroll, non è stata impiegata soltanto per produrre i contenuti che l'utente legge. È stata impiegata anche, e in modo non accessorio, come strumento di costruzione dell'opera stessa, cioè come mezzo attraverso il quale la visione del progetto è stata tradotta in codice funzionante, in assenza delle competenze tecniche tradizionali che un simile sviluppo avrebbe richiesto fino a pochi anni fa. Questa seconda forma del paradosso, l'intelligenza artificiale come condizione abilitante dell'opera, è più profonda e più scomoda della prima, ed è il motivo per cui il capitolo successivo le è interamente dedicato. Qui basti fissare il principio: il paradosso non riguarda soltanto ciò che GoodScroll offre agli utenti, riguarda anche ciò che ha reso GoodScroll possibile. Due livelli diversi della stessa ambivalenza fondamentale.

«L'onestà della contraddizione è preferibile alla falsa purezza.»

È, in fondo, la formula che vale per entrambi i livelli del paradosso. Chi oggi dichiara di non usare l'intelligenza artificiale o mente, o rinuncia a costruire qualunque cosa di dimensioni rilevanti. GoodScroll ha scelto la terza via: usarla, dichiararlo, non fingere innocenza, e cercare di farne qualcosa che provi a rispondere, con i mezzi imperfetti che esistono, al problema che la tecnologia stessa contribuisce a creare. È una scelta che non ha l'eleganza della purezza, e non ha la comodità della negazione. Ha invece la virtù meno appariscente dell'onestà, che in un'epoca di formalismi vale qualcosa anche quando non si presenta nel suo abito migliore.

Capitolo IX

Solitudine costruttiva e la voce trovata

C'è una seconda forma del paradosso, più radicale e più scomoda della prima, ed è venuto il momento di affrontarla. È la pagina più personale del saggio, e quella in cui la tesi trova la sua applicazione più difficile, perché riguarda non l'oggetto ma la figura di chi l'oggetto ha costruito, e le condizioni tecnologiche e personali che ne hanno reso possibile l'esistenza.

Occorre dirlo con chiarezza, perché fino a questo punto il saggio ha implicitamente lasciato supporre qualcosa di diverso: l'autore di GoodScroll non è uno sviluppatore di mestiere. Non ha una formazione tecnica formale. Non possiede le competenze di programmazione che un simile progetto avrebbe richiesto soltanto pochi anni fa a chi avesse voluto realizzarlo da solo. Ha, invece, una visione chiara di ciò che voleva fare (la visione che questo saggio ha cercato di articolare nei capitoli precedenti) e una serie di strumenti che fino a ieri non sarebbero stati disponibili a chi si trovava nella sua condizione: strumenti di intelligenza artificiale generativa capaci di tradurre intenzioni progettuali in codice funzionante, attraverso un dialogo iterativo fra chi ha qualcosa da dire e una macchina che sa come dirlo in linguaggi che la persona non conosce direttamente. Senza questi strumenti, GoodScroll non sarebbe mai esistito nella forma in cui esiste. Sarebbe rimasto quello che è stato per anni prima del loro arrivo: un insieme di appunti, di intuizioni, di idee senza corpo. Con questi strumenti, è diventato un oggetto funzionante che altri possono aprire, leggere, criticare.

Questa precisazione non è un dettaglio biografico, ed è importante resistere alla tentazione di leggerla come tale. È una componente costitutiva del progetto stesso, e la sua omissione, finora in questo saggio, avrebbe finito per produrre esattamente quel tipo di formalismo che l'intero testo si propone di combattere. Un saggio che descrive un oggetto digitale come esempio di coerenza fra forma e sostanza non può tacere sulle condizioni tecnologiche e personali che ne hanno reso possibile la costruzione, perché quelle condizioni fanno parte della sua sostanza quanto le scelte di design descritte nei capitoli precedenti. Descrivere GoodScroll come se fosse nato dall'artigianato classico di un programmatore esperto significherebbe produrre un'immagine più pulita della realtà, e più falsa. Il saggio, coerente con se stesso, non può permetterselo.

Una volta nominata questa precondizione, si aprono subito alcune questioni che hanno implicazioni molto più ampie del singolo caso di GoodScroll. La prima, e la più immediata, riguarda l'ambivalenza dell'intelligenza artificiale. Nei capitoli precedenti il saggio ha descritto l'intelligenza artificiale come una delle tecnologie che alimentano il paesaggio dell'economia dell'attenzione contemporanea: motore di generazione di contenuti, strumento di personalizzazione algoritmica, apparato di ottimizzazione del coinvolgimento. Questa descrizione resta vera, ed è parte del quadro critico che il saggio ha costruito. Ma la descrizione è incompleta, perché non rende conto di un secondo modo in cui la stessa tecnologia agisce, e che in questo capitolo diventa visibile con particolare chiarezza. L'intelligenza artificiale, nelle mani di chi non avrebbe altrimenti strumenti, è anche uno strumento di emancipazione costruttiva. Permette a chi ha una visione di tradurla in artefatto senza dover passare per anni di formazione tecnica che molte persone non sono in condizione di intraprendere. Rende accessibile la costruzione di oggetti digitali a una categoria di autori (scrittori, pensatori, persone con un'idea ma senza un curriculum da ingegnere del software) che fino a ieri non avrebbero avuto altro modo di esprimersi se non rivolgendosi a terzi, pagandoli per tradurre la propria visione in un lavoro concreto.

Questa seconda forma dell'intelligenza artificiale non cancella la prima. Le due forme coesistono, e il saggio deve sostenere entrambe senza cercare di risolverle in una sintesi consolatoria. L'intelligenza artificiale è al tempo stesso, oggi, il motore di alcune delle dinamiche di cattura più sofisticate mai prodotte dal capitalismo digitale e lo strumento di emancipazione costruttiva di chi, per ragioni di formazione o di accesso alle risorse, non avrebbe altrimenti voce. L'ambivalenza va riconosciuta e abitata, non risolta. Una critica onesta al fenomeno dell'intelligenza artificiale non può scegliere soltanto uno dei due lati. Chi la critica soltanto come strumento di cattura ignora la sua capacità di rendere possibile ciò che prima era impossibile; chi la celebra soltanto come strumento di democratizzazione ignora che la stessa tecnologia, in altri contesti, è usata per alimentare esattamente le patologie da cui avrebbe dovuto liberare. Il saggio si tiene consapevolmente in mezzo, rifiutandosi di semplificare un fatto che non è semplice.

GoodScroll, in questa luce, diventa un caso utile per osservare l'ambivalenza all'opera. L'intelligenza artificiale ha generato una parte dei testi letti nell'applicazione e, attraverso dialoghi iterativi, ha reso possibile molto del codice che le dà forma. Nel primo caso il rischio è epistemico: un testo plausibile può essere falso o vuoto. Nel secondo è tecnico: l'autore può non vedere subito una divergenza fra intenzione e implementazione. L'autonomia è quindi relativa e la responsabilità non può essere delegata allo strumento. Dichiarare l'origine, mantenere il progetto correggibile e non attribuire all'AI autorità che non possiede sono condizioni minime, non assoluzioni.

A questo punto conviene chiamare con un nome la figura che GoodScroll rende visibile, perché è una figura nuova nella storia recente della produzione culturale digitale, e merita di essere riconosciuta per ciò che è. La si potrebbe chiamare l'autore amplificato: una persona con un'intenzione intellettuale chiara e qualcosa da dire, senza (o con modeste) competenze tecniche tradizionali nei linguaggi e negli strumenti con cui quella visione dovrebbe prendere forma. Fino a qualche anno fa, un autore amplificato non esisteva, per il semplice fatto che non esistevano strumenti capaci di amplificarlo. Chi aveva una visione senza competenze tecniche aveva sostanzialmente due opzioni: acquisire le competenze tecniche attraverso anni di studio, cosa che molte persone non sono nella condizione di fare; oppure commissionare l'opera a chi le competenze le possedeva, con il doppio costo del denaro e della negoziazione, perché chi costruisce al posto tuo, inevitabilmente, costruisce anche un po' ciò che vuole lui. L'autore amplificato è una figura che non corrisponde a nessuna di queste due categorie: non ha imparato a programmare, e non ha commissionato nulla a nessuno. Ha costruito l'opera lui stesso, utilizzando come interlocutore operativo uno strumento di intelligenza artificiale generativa che ha tradotto la sua visione in codice funzionante attraverso una conversazione continua.

È una figura che pone interrogativi interessanti alla storia delle forme di produzione culturale, e che il saggio non ha lo spazio di esaurire in questo capitolo. Merita però di essere collocata, perché il rischio di liquidarla come una curiosità tecnologica sarebbe particolarmente dannoso per il tipo di argomento che questo saggio sta costruendo. L'autore amplificato non è un dilettante: è, nel caso di GoodScroll come in altri casi emergenti, un autore in senso proprio, che porta una visione personale e risponde di ciò che produce. L'artefatto che produce è il suo, con tutti i meriti e tutti i limiti che comporta. Gli strumenti che utilizza non cancellano la sua responsabilità: la rendono possibile. Un autore amplificato che costruisse un prodotto disonesto sarebbe disonesto, così come lo sarebbe un autore con formazione tecnica tradizionale. Un autore amplificato che costruisce un prodotto coerente è, nella misura in cui riesce nella coerenza, coerente. Ciò che cambia non è il giudizio sull'opera: è la distanza fra l'intenzione dell'autore e la sua incarnazione nell'artefatto, distanza che l'amplificazione algoritmica riduce in modo decisivo.

Ammettere questa figura significa ammettere, a cascata, una serie di cose scomode. L'intelligenza artificiale generativa ha democratizzato l'accesso alla costruzione di oggetti digitali, abbassando barriere che fino a ieri erano infrangibili per molti. Questa democratizzazione non è un effetto accidentale: è una conseguenza reale di una tecnologia la cui valutazione culturale non può essere appiattita sulla sua dimensione estrattiva. Esistono, oggi, persone che possono dire cose che ieri non avrebbero potuto dire, perché lo strumento che permetteva loro di dirle non esisteva. E questa emancipazione convive, nello stesso momento storico e spesso negli stessi modelli, con la meccanica di cattura che il resto del saggio ha criticato. L'ambivalenza non è un difetto dell'analisi: è il modo in cui la tecnologia realmente esiste nel mondo.

Detto tutto questo, il capitolo può finalmente nominare ciò che gli dà il titolo: la solitudine costruttiva che caratterizza l'opera di cui il saggio si occupa. Chi ha fatto GoodScroll lo ha fatto da solo. Non ha avuto un team di sviluppo, non ha avuto investitori, non ha avuto nessuno dei dispositivi sociali che normalmente circondano la costruzione di un prodotto digitale di qualche complessità. Ha avuto soltanto la propria visione, il proprio tempo, e uno strumento di intelligenza artificiale con cui conversare. La solitudine, nel suo caso, non è stata una scelta romantica: è stata una condizione di partenza. Questa condizione, che in altre epoche avrebbe reso impossibile il progetto, è diventata, nel tempo presente, la cornice specifica entro cui GoodScroll ha potuto esistere come è. Solo, senza sostegno organizzativo, l'autore del progetto ha potuto mantenere intatta la coerenza fra forma e sostanza che il saggio ha descritto nei capitoli precedenti. Crudamente: non c'era nessun altro a cui dover rispondere e che avrebbe potuto diluire quella coerenza in compromessi organizzativi.

Questa solitudine è simultaneamente limite e chiave del progetto, e le due cose non sono separabili. È limite, perché ha imposto scelte drastiche, ha costretto ad accettare l'incompletezza, ha reso inevitabili errori che un lavoro collettivo avrebbe forse intercettato. È chiave, perché ha permesso di ritagliare un margine di libertà, quello di non rispondere a nessuno, senza il quale nulla di ciò che GoodScroll è sarebbe stato possibile: le reazioni cognitive, l'eco senza metrica, la privacy verificabile, il Philosophical Bath, Lumi e il suo rifiuto della cattura affettiva. Ciascuna di queste scelte sarebbe stata negoziata fuori dall'opera se l'opera avesse avuto altri padroni. Ma l'opera non ne ha avuti, perché la solitudine costruttiva del suo autore glieli ha risparmiati. E questo risparmio, questa assenza di padroni, è la condizione fondamentale, insieme all'amplificazione algoritmica, di tutto ciò che il saggio ha descritto.

È una conclusione che chiede di essere enunciata senza orgoglio e senza autolesionismo. Chi ha fatto GoodScroll non è un eroe né una figura esemplare che altri dovrebbero imitare. È, più semplicemente, una persona che si è trovata nel piccolo incrocio storico in cui una certa visione, una certa indipendenza economica minima e una certa tecnologia da poco arrivata hanno reso possibile ciò che in altre circostanze sarebbe rimasto impensabile. Il saggio ha documentato questo incrocio come un caso, non come un modello. Il suo scopo è mostrare che in certe condizioni particolari, per una finestra di tempo forse breve, è diventato possibile fare cose che prima non lo erano. E che quando quelle condizioni si presentano, vale la pena di approfittarne per costruire qualcosa che valga la pena.

Capitolo X

Epilogo. Coerenza come resistenza, e le sue precondizioni

Nove capitoli fa questo saggio si apriva con un'osservazione semplice: nel linguaggio pubblico contemporaneo le parole hanno progressivamente smesso di aderire alle cose. Dichiarazioni di principio, codici di condotta, impegni formali, manifesti di valori: un discorso saturo di buona intenzione in cui l'atto di pronunciare la parola giusta si è progressivamente sostituito all'atto di fare la cosa giusta. Ventiquattro secoli prima che Orwell, in un saggio sulla lingua politica del 1946, descrivesse la stessa frattura nel contesto della sua epoca, Confucio aveva legato ogni ordine possibile del mondo alla necessità di restituire alle parole la loro aderenza al reale: la dottrina della rettificazione dei nomi era il primo dovere di chi intendesse governare qualcosa. Il saggio ha sostenuto, nei capitoli successivi, che ciò che distingue il nostro tempo non è la presenza di quella frattura, che è antica quanto il linguaggio, bensì la sua normalizzazione. La divergenza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa è diventata, nel discorso pubblico contemporaneo, la condizione ordinaria del discorso, non la sua eccezione patologica.

Del software, il saggio ha detto che è il luogo in cui questa frattura assume la sua forma più raffinata e paradossale: raffinata, perché si annida dentro oggetti che per loro natura non dovrebbero ammettere divergenza fra il detto e il fatto; paradossale, perché il codice, al contrario della parola, è tecnicamente incapace di fingere, e dunque la frattura, per annidarsi nel software, ha dovuto spostarsi di livello: nidificarsi fra il piano dichiarativo delle privacy policy e dei manifesti, e il piano operativo in cui il codice silenziosamente esegue tutt'altro. Il saggio ha attraversato le tappe di questa diagnosi, ha descritto il dispositivo dell'economia dell'attenzione e le strategie con cui ad esso si è cercato di rispondere, e ha poi dedicato un'intera serie di capitoli a un caso specifico, GoodScroll, in cui la frattura è stata presa come oggetto di resistenza e in cui il tentativo di ricomporla ha preso forma di una serie di scelte di design articolate e coerenti.

Non è intenzione di queste pagine finali ripetere quelle scelte, che il saggio ha già descritto una per una. È intenzione di queste pagine finali farne emergere la figura complessiva, e proporre, per l'ultima volta, ciò che quella figura rappresenta.

Quello che GoodScroll prova a mostrare non è una verità nuova né una coerenza «senza residui». Mostra una possibilità più fragile: un artefatto digitale può incorporare una pausa non negoziabile, rinunciare alla pubblicità e alla raccomandazione comportamentale, costruire un companion senza memoria delle assenze e rendere almeno parte delle proprie affermazioni tecnicamente confutabile. Può anche fallire in ciascuno di questi punti, e allora la posizione etica esiste soltanto se la divergenza viene riconosciuta e corretta. In questo senso GoodScroll non è la prova conclusiva del software come posizione etica eseguibile; è il suo banco di prova.

Ma il saggio, se vuole restare coerente con se stesso, non può fermarsi alla constatazione che questa possibilità è stata realizzata. Deve, nelle sue pagine finali, nominare con la massima chiarezza le condizioni che l'hanno resa realizzabile, perché quelle condizioni non sono distribuite ugualmente, e non lo saranno mai finché il mercato del software funzionerà secondo le sue logiche attuali. GoodScroll è potuto esistere perché chi lo ha progettato ha goduto di una duplice precondizione che pochi posseggono contemporaneamente: da un lato una libertà organizzativa, nessun investitore da rassicurare, nessuna metrica trimestrale da ottimizzare, nessuna pressione competitiva a massimizzare l'engagement per sopravvivere sul mercato; dall'altro una libertà tecnologica, l'accesso a strumenti di intelligenza artificiale generativa di frontiera, che hanno permesso a un power user di tradurre la propria visione in codice funzionante senza dover passare per anni di formazione specialistica. Nessuna delle due, da sola, sarebbe stata sufficiente. Un autore con la prima libertà ma senza la seconda avrebbe dovuto comunque commissionare il lavoro tecnico a terzi, perdendo nel passaggio una parte non trascurabile della coerenza che rende GoodScroll ciò che è. Un autore con la seconda libertà ma senza la prima avrebbe dovuto negoziare ogni scelta di design con le pressioni del mercato, e avrebbe quasi certamente visto diluirsi nel tempo ciascuna delle decisioni che il saggio ha descritto come rare. Soltanto la coincidenza delle due libertà ha reso il progetto praticabile nella forma in cui esiste. E la coincidenza delle due libertà è, oggi, molto rara.

È qui che il saggio deve porre la sua domanda finale, la sola domanda politica di tutto il testo, quella a cui il saggio ha alluso ripetutamente e che è stato sin qui rinviata agli ultimi paragrafi. La domanda non è «perché gli sviluppatori non fanno tutti come GoodScroll?», sarebbe una domanda ingiusta, e il saggio ha insistito per nove capitoli sul fatto che la responsabilità delle patologie del linguaggio e del software contemporaneo non grava sui singoli. La domanda, posta correttamente, è questa: quali condizioni strutturali servirebbero perché esperimenti come GoodScroll smettano di essere eccezioni private e diventino, almeno qualche volta, possibilità diffuse? Quali trasformazioni economiche e istituzionali sarebbero necessarie perché la coerenza fra parola e cosa, nel linguaggio, nel software, smettesse di essere un lusso per chi può permetterselo? Quali modelli di finanziamento, quali forme di proprietà, quali politiche pubbliche renderebbero economicamente sostenibile un'applicazione che rinunciasse alla pubblicità comportamentale e alla cattura attenzionale? Quali accessi democratici agli strumenti di costruzione digitale, agli strumenti di intelligenza artificiale in particolare, permetterebbero a più persone di diventare autori di artefatti?

Il saggio non ha le risposte a queste domande, e sarebbe disonesto pretendere di averle. Il suo compito è più limitato, e insieme più essenziale: mostrare che la domanda esiste e merita di essere posta. Mostrare che la rarità di oggetti come GoodScroll non è un destino; è una conseguenza, e le conseguenze hanno cause, e le cause possono essere modificate. Non nel breve periodo, non da una singola persona, ma possono esserlo. E la prima condizione perché possano esserlo è che qualcuno le nomini con precisione. Questo saggio ha cercato di farlo, nei limiti della propria ambizione, per un oggetto solo e per le condizioni specifiche che lo hanno reso possibile. Altri saggi, su altri oggetti, dovranno fare lo stesso. Il lavoro di descrivere le condizioni strutturali entro cui il software contemporaneo si produce, e di immaginarne di diverse, è un lavoro collettivo che nessun testo individuale può compiere da solo.

C'è una cosa, infine, che il saggio può dire su se stesso. Queste pagine sono state scritte nelle stesse condizioni in cui GoodScroll è stato costruito: da un autore con una visione e senza apparato, con l'ausilio di strumenti di intelligenza artificiale che hanno aiutato a tradurre l'intenzione in testo, con la cura umana come filtro ultimo, in una solitudine produttiva che non è stata scelta per posa ma accolta come la cornice in cui l'opera poteva esistere. Il saggio stesso è, in questo senso, un piccolo esempio del suo argomento: un tentativo di far coincidere la parola con la cosa anche nella forma con cui la propria tesi viene articolata. Non è un'opera perfetta, e non pretende di esserlo. È un tentativo, come lo è GoodScroll. L'onestà della contraddizione, quella formula che il saggio ha proposto nel capitolo sull'intelligenza artificiale, vale anche per il saggio stesso: ha cercato di dire qualcosa di vero usando gli strumenti imperfetti che erano disponibili, con la consapevolezza che quegli strumenti sono gli stessi che in altri contesti producono esattamente il rumore da cui il saggio intende sottrarsi.

Restano, in chiusura, quattro formule che il saggio ha lasciato cadere lungo il percorso, come piccoli sassi bianchi sul sentiero, e che ora, raccogliendole tutte insieme, compongono la costellazione che questo testo ha voluto disegnare.

«L'etica non è un'etichetta ma un vincolo operativo.»
«La trasparenza è confutabile o non è trasparenza.»
«L'onestà della contraddizione è preferibile alla falsa purezza.»
«Lumi è disponibile quando lo cerchi e tace quando non lo cerchi.»

Formula che vale per Lumi, vale per GoodScroll, vale per chiunque si trovi oggi a dover decidere se la tecnologia con cui abita le proprie giornate debba imporgli la propria attenzione o debba, al contrario, aspettare in silenzio che l'attenzione emerga dal pensiero.

Non tutti i lettori di queste pagine avranno voglia o modo di costruire software come GoodScroll. Nessuno ha il dovere di farlo. Ma chiunque legga queste pagine, forse, può portare con sé una cosa più piccola e più praticabile: la consapevolezza che la coerenza fra ciò che si dice e ciò che si fa, il più antico degli imperativi morali, è ancora possibile, anche in codice, anche in condizioni difficili. Possibile non facile, non diffusa. Ma possibile. Ed è, in ultima analisi, tutto ciò che questo saggio ha voluto dire.